di Sergio Gatti *
“Chiedo
scusa, signori. E’ possibile
che voi abbiate ragione:
però quando vivevamo isolati,
senza strade carrozzabili, né
visite di nessun genere, senz’acqua
e senza luce, senza lavoro e anche
… senza scarpe, nessuno si
è preoccupato di noi. Ora
cominciamo a vedere una via d’uscita
e qualche buon risultato nella forma
con cui lavoriamo. Se avete intenzione
di farci del male con l’uso
della legge, pazienza. Però
non accetteremo di cambiare per
iniziativa nostra. Scusate di nuovo…”.
Wilson Lòpez
aveva ascoltato per giorni in silenzio
gli argomenti dei funzionari del
Ministero de Bienestar Social saliti
fino a Salinas de Bolivar, un paesetto
di mille persone a 3.650 metri di
altitudine sulle Ande ecuadoriane,
per ispezionare le cooperative che
lì erano nate. Era solo qualche
anno fa, e gli ispettori governativi
contestavano ai cooperatori di Salinas
di aver interpretato la legge delle
cooperative in maniera non corretta.
In pratica, avevano aggiunto ai
tradizionali princìpi riconosciuti
dal legislatore anche due ulteriori
elementi: la produzione comunitaria
e la non ripartizione individuale
delle eccedenze.
Quell’essere
stati onestamente “fuorilegge”
è stato tra i segreti del
successo di Salinas che oggi esporta
in Nord America, in Giappone e in
Europa molti dei prodotti dell’economia
comunitaria sviluppatasi con inedita
effervescenza: maglioni e torroni,
marmellate e funghi secchi, palloni
e formaggi, bottoni e ceramiche,
olii essenziali e cioccolata. E
Wilson ha gustato la sua rivincita
un giorno di settembre del 2001,
quando addirittura il presidente
della Repubblica ecuadoriana, Gustavo
Noboa, si è spinto fin quassù,
ai piedi del Chimborazo, per visitare
e onorare questo laboratorio delle
utopie.
Nel giro di
trentacinque anni, Salinas
è passata dalle chosas, le
capanne gelide di fango e paglia,
alle casette di muratura e legno
non troppo diverse da quelle delle
nostre Alpi. Dalla tristezza a cui
costringeva un’indice di mortalità
infantile del 45% (“quasi
la metà dei nati moriva prima
dei cinque anni”) all’orgoglio
di aver aperto una strada nuova
per riscattarsi con le proprie forze
dalla miseria disperata. In una
manciata di anni, quegli otto contadini
su dieci ancora analfabeti nella
stessa epoca in cui un altro americano
del nord diventava il primo uomo
sulla luna, hanno visto i propri
figli iscriversi e laurearsi all’università
di Quito. E poi riprendere la strada
che buca le nuvole e riporta a casa,
prima generazione di salineros a
non essere costretti all’esodo,
a non dover partire, a non dover
emigrare.
Così
Salinas, oltre duecento chilometri
a sud di Quito, è
diventata un mini-distretto di piccole
imprese i cui prodotti raggiungono
le oltre 400 botteghe del commercio
equo e solidale italiane e altre
migliaia di mezza Europa. Insomma,
un modello. Di economia comunitaria,
di accumulazione solidale, di capitalismo
popolare, di decentramento delle
opportunità. Ma anche di
sviluppo responsabile, attento alle
istanze di giustizia, e di economia
basato sulle relazioni. Di inversione
dei flussi migratori delle persone
e del denaro. Un emporio de trabajo
solidario. Un modello studiato e
imitato in tutto il Sud America.
E anche più in là.
(*) Sergio
Gatti
Responsabile comunicazione di Federcasse
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