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AZIENDE ETNICHE SOTTO ESAME

di José Galvez

Giorni fa un'imprenditrice cinese del network di Impresa Etnica mi chiedeva se fosse >>>

LA VOCE DEGLI IMPRENDITORI IMMIGRATI
 
 

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I RUMENI, L'INCOGNITA DEI NUOVI CITTADINI EUROPEI

di Josč Galvez

Immagini come l’attentato di New York o della metropolitana di Londra, o della rivolta delle banlieu della Francia di Sarkozy, persino il muro di via Anelli a Padova rendono difficile affrontare in poche righe il tema dell’integrazione sociale tra aree europee.
I problemi che l’Europa incontra con “la popolazione musulmana, islamici, arabi, immigrati, gente dalla pelle scura o terroristi” (Timothy Harton Gash, La Repubblica, 20 ottobre 2006) sono in larga parte dettati dalla difficoltà di creare lavoro e di gestire la presenza degli extracomunitari.

“Abbiamo creato lo Stato nazionale europeo costruito su comunità bianche e cristiane”, ha ammesso di recente Giuliano Amato, ministro degli Interni e vicepresidente della Commissione che ha lavorato alla Carta costituzionale europea naufragata come sappiamo.

Un arrivo controverso. Senza andare troppo lontano, voglio riferirmi a un problema che è dietro l’angolo e che, per giunta, non riguarda una popolazione in maggioranza di religione musulmana.
Parlo non della Turchia, quindi, ma dell’arrivo nell’Unione europea di bulgari e, soprattutto, rumeni a partire dal 1° gennaio 2007. Il problema se autorizzare subito anche l’ingresso dei lavoratori rumeni nel nostro mercato oppure no getta un sasso nello stagno della coesione sociale europea.
Un tema che, non a caso, viene alla ribalta proprio con l’arrivo di questi nuovi aspiranti cittadini.
Per la verità le cifre diffuse dalla stessa Lega dei rumeni d’Italia _ 700mila e anche di più, forse anche un milione sarebbero i rumeni già presenti in Italia _ darebbe ragione a quei Paesi come la Gran Bretagna e la Spagna che già hanno manifestato piena contrarietà a un’apertura non immediata dei loro mercati a questi cittadini.

La realtà presente. Immigrazione, mobilità dei lavoratori, selezione all’origine. Partendo da questa considerazione i rumeni presenti e evidentemente impiegati in nero in Italia sono molti di più dei circa 270mila con permesso di soggiorno a fine 2005 registrati dal Dossier Caritas/Migrantes.
“Il più delle volte, i datori di lavoro vorrebbero regolarizzarli, ma la burocrazia della Bossi-Fini è scoraggiante" hanno denunciato le associazioni dei rumeni in una lettera aperta a Romano Prodi pubblicata su Gazeta Româneasca.

L’incapacità di dare risposte ai diritti. Tanti di quei lavoratori hanno presentato domanda per i flussi 2006, ma non hanno ancora ricevuto una risposta. Si tratta di persone che continueranno a lavorare in nero in tanti settori essenziali, come la cura della persona o l'edilizia.
Intanto, la Romania di oggi è un paese senza lavoratori con un tasso di disoccupazione al minimo storico al punto che i datori di lavoro sono costretti ad aumentare gli stipendi. Possono testimoniarlo anche gli imprenditori italiani in Romania, che soffrono la mancanza di operai e cercano stranieri in Romania. Esistono segnali che il Paese comincia a trasformarsi da un Paese di emigrazione in uno di immigrazione, com'è successo per l'Italia nel secolo scorso. Ma non è sicuro che questo stia succedendo perché è alto il livello di benessere dei rumeni. Anzi.

Se i luoghi di partenza restano deserti. Da circa due anni il numero dei romeni in Italia è rimasto costante. I rumeni hanno diritto di libera circolazione per turismo nell' Unione Europea già dal 1° gennaio 2002. Da allora, chi ha voluto emigrare l'ha fatto, eccome.
Davanti a loro, l’Europa è spaccata in due: tra i Paesi europei che dovrebbero essere uniti su temi come la mobilità geografica, al punto che il 2006 è stato l’anno della mobilità esistono divergenze di opinioni sui temi più vari, dal mandato di cattura europeo fino alla partecipazione alle operazioni militari internazionali. Oggi si teme un’invasione che però si è consumata. Tutti si chiedono cosa farà l’Italia. Bisognerebbe invece pensare a come sollevare economicamente quelle aree geografiche senza privarle di tutti i loro lavoratori.

I Paesi dell'Unione invece sono divisi: da un lato quelli che bloccheranno per due anni i lavoratori romeni e bulgari (Spagna, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca e Austria), dall'altro quelli che hanno rinunciato alla moratoria (Polonia, Finlandia, Slovacchia, Estonia e Lettonia). Rimane il gruppo degli indecisi, in cui si collocano, oltre all'Italia, anche altri grandi Paesi d'immigrazione come Francia e Germania: con loro il governo italiano dovrà lavorare per trovare un'intesa.
La Spagna entra nel gruppo sempre più folto di Paesi dell'Unione Europea che non apriranno il mercato del lavoro a bulgari e romeni dopo il primo gennaio 2007.

La scelta spagnola è stata ratificata da Bruxelles, che pure continua a spingere per il libero accesso al mercato del lavoro dei neocomunitari.
La mobilità dei lavoratori crea certo vantaggi per l'Unione europea ma questo non impedisce ai partner Ue di prendere delle misure restrittive temporanee a loro conformi alle disposizioni presenti nei trattati europei.
Risultato: il principio della mobilità e della coesione sociale viene sostituito dalla necessità "di regolare la libera circolazione in maniera coordinata con gli altri Paesi dell' Unione Europea".


Buona lettura!






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