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AZIENDE ETNICHE SOTTO ESAME

di José Galvez

Giorni fa un'imprenditrice cinese del network di Impresa Etnica mi chiedeva se fosse >>>

LA VOCE DEGLI IMPRENDITORI IMMIGRATI


IN AUMENTO GLI IMMIGRATI LATINOAMERICANI

Secondo l’Istat al 1° gennaio 2007 gli stranieri residenti in Italia sono 2.938.514, di cui 1.473.073 maschi e 1.465.849 femmine. Questi costituiscono il 5% della popolazione residente complessiva (59.131.287 unità) al 1° gennaio 2007, mentre al 1° gennaio 2003, 2004 e 2005 essi costituivano, rispettivamente, il 2,7%, il 3,4% e il 4,1%.

In Italia, gli immigrati latinoamericani rappresentano circa un decimo del totale degli EXTRA. Nonostante si tratti di un flusso migratorio recente, rafforzatosi specialmente nell'ultimo quinquennio, esso ha mostrato tassi di crescita sorprendenti: mentre dalla metà degli anni Novanta al 2006 le presenze regolari di migranti non comunitari in Italia sono cresciute di due volte e mezzo, quelle dei latinoamericani sono cresciute di tre volte e mezzo.

Secondo dati riportati dall'ISTAT per il 2006 i cittadini stranieri originari dell'America Centro-Meridionale residenti legalmente in Italia sono 261.659.

IMMIGRATI: nel 2007 imprese in crescita dell'8% (+17mila)
L'impresa si conferma corsia preferenziale per l'integrazione di tanti immigrati extracomunitari residenti nel nostro Paese. Nel corso del 2007 sono state 37.531 le imprese individuali aperte da persone nate al di fuori dei confini dell'Unione Europea. Rispetto all'anno precedente, il totale delle imprese individuali gestite da titolari immigrati da paesi non appartenenti all'UE è aumentato di 16.654 unità, raggiungendo così il valore di 225.408 imprese, l'8% in più rispetto al dato di fine 2006.

IMPRENDITORI CINESI A MILANO: QUASI TREMILA, 500 MILIONI DI FATTURATO, IL 40% È DONNA
In città, il 70% dei grossisti cinesi si concentra in zona Sarpi
E nella pelletteria quasi un titolare su due è cinese

Quasi tremila le piccole imprese “cinesi” in provincia di Milano e oltre 1.900 a Milano città. E crescono, tra 2006 e 2007, del 3,5% in provincia e dell’1,5% nel capoluogo. Di queste, a Milano città oltre la metà sono legate all’attività commerciale, dettaglio e ingrosso, il 23% al manifatturiero e il 16% alla ristorazione. E in settori come quello delle confezioni di abbigliamento, un titolare di una ditta individuale milanese su tre è cinese mentre nella concia del cuoio e pelletteria si arriva quasi a uno su due. La stima del fatturato delle imprese cinesi è di 560 milioni di euro all’anno.
Le imprese individuali cinesi sono più “rosa” rispetto a quelle italiane: ben il 39% degli imprenditori è donna contro il 20% italiano (il 14% di altri titolari extracomunitari). L’identikit dell’imprenditore “nato in Cina”? Oltre a essere più “rosa”, è anche più giovane (39 anni l’età media, rispetto ai 45 dell’italiano). Le imprenditrici cinesi sono più giovani dei colleghi uomini (38 anni).
Se poi si considera la localizzazione geografica, la Zona preferita dalle ditte cinesi è la 8 (Fiera, Gallaratese, Quarto Oggiaro) con il 38% del totale cittadino, segue la Zona 9 (Stazione Garibaldi, Niguarda) con il 18%. Le vie con più imprese, invece, si concentrano in zona Sarpi: da via Bramante (con il 5% del totale del capoluogo: c’è una impresa “cinese” ogni 9 metri ) a via Sarpi (3,7%), da via Rosmini (2,2%) a via Messina (1,7%). In particolare in zona Sarpi si concentrano il 71% delle imprese cinesi attive nel commercio all’ingrosso.
Emerge da un’elaborazione della Camera di Commercio di Milano sui dati del registro delle imprese del 2007 e Istat.

BOOM DI COPIE MISTE : UNA SU SETTE CON PARTNER STRANIERO
Secondo il rapporto Italia Eurispes 2007. Dal 1991 al 2005 le coppie miste sono passate da 58mila ad oltre 200mila ed ogni anno ce ne sono 6mila nuove. Tra le grandi città quella con la maggior presenza di coppie miste sono Bologna (12,2%), Milano (11%), Firenze (10,8%) e Genova (10,7%) .

L'Italia, sotto la spinta dei flussi migratori sta cambiando ed è in questo contesto che le coppie miste sono fondamentali nel processo di trasformazione interetnica e interculturale del nostro Paese anche se alcuni matrimoni sono finalizzati all'acquisto della cittadinanza e alimentano un vero e proprio mercato: un matrimonio su sette coinvolge ormai un cittadino straniero (ma solo il 20 per cento ha come protagoniste le donne italiane rispetto agli uomini), senza considerare le coppie di fatto, di difficile quantificazione.

Se all'inizio degli Anni 90 la quota dei matrimoni con almeno uno straniero era il 3,2% delle unioni celebrate in Italia, nel 2005 la percentuale è ora del 14,3%. I matrimoni misti, dunque, sono più che quadruplicati. Le province di confine tendono ad avere i tassi più elevati: Imperia (15,4%), Trieste (14,9%) e Bolzano (13,6%) si piazzano tra le prime. Tra le grandi città a distinguersi è Bologna (12,2%), seguita da Milano (11%), Firenze (10,8%) e Genova (10,7%), mentre il Sud sembra refrattario al fenomeno: in Puglia, fanalino di coda, i matrimoni misti sono appena il 2,7%.

Ma qual è la motivazione profonda di un'unione con uno straniero o una straniera? Si tratta di una forte sfida alle nostre regole culturali, familiari e alla legislazione perché il matrimonio misto trasforma le istituzioni, rende normale lo scambio tra culture, dà maggiori chance alla società: i figli che nascono conoscono due mondi, più lingue, più religioni. Osservando la composizione dei matrimoni misti, nella maggior parte dei casi (59,1%) si tratta di italiani che sposano straniere, spesso dell'Europa centro-orientale. E nella metà dei casi l'uomo ha almeno dieci anni in più della compagna, percentuale che crolla (15%) quando sono le italiane (i cui gusti si orientano nettamente verso persone appartenenti alle comunità africane, marocchine o tunisine) a unirsi a uno straniero.

Le coppie miste, però, entrano spesso in crisi e non a causa della religione, ma è la quotidianità che porta ai grandi scontri e nasce dalla difficoltà di riposizionarsi continuamente nei ruoli di una famiglia atipica. Poi ci sono le diversità legate alla differenza di età e di livello d'istruzione. Ma il vero limite delle unioni miste è il fatto di essere ancora isolate dalla nostra società.
I dati Istat e Eurispes dimostrano che i matrimoni misti hanno maggiori probabilità di andare in crisi rispetto a quelli tradizionali. Anche quando si tratti di seconde unioni: nel 36% dei casi se lo sposo è italiano e la sposa straniera, nel 19% se la sposa è italiana e lo sposo straniero. Molti, infatti, considerano l'unione mista un matrimonio di riserva, da prendere in considerazione solo dopo il fallimento della forma-famiglia «normale». Il valore percentuale dei divorzi misti e delle separazioni miste si aggira intorno all'80%, con tendenza nettamente più elevata al divorzio: una coppia interraziale su tre, in pratica, si spezza e il tasso di divorzio è circa il doppio di quello italiano. Un dato che sembra suggerire, in base al Rapporto Italia Eurispes 2007, il sospetto che molte coppie non siano all'altezza dell'altissima sfida offerta dal rapporto interculturale.

IL 70% DEGLI IMMIGRATI CLIENTE DI UNA BANCA
Secondo una ricerca ABI - CeSPI sull'Analisi dei bisogni finanziari e assicurativi degli immigrati in Italia, presentati oggi al Forum sulla Responsabilita' sociale d'impresa. Sono 1,4 milioni gli immigrati clienti delle banche: il 70% degli immigrati in Italia e' gia' ''integrato finanziariamente'', ovvero sette nuovi cittadini su dieci sono integrati finanziariamente.

Bancarizzazione: Tra i piu' bancarizzati Ecuadoriani (73,1%), Albanesi (67,4%), Egiziani (62,8%), Senegalesi (59,3%), Ghanesi (57,7%) e Marocchini (55,7%). Gli uomini titolari di conto corrente sono il 60,4%, mentre le donne il 50,4, nonostante a livello di presenza numerica i generi quasi si equivalgano. Quando la presenza femminile e' piu' numerosa il quadro cambia, come nei casi della comunita' ecuadoriana e rumena dove la bancarizzazione femminile e' superiore del 9% e del 4% a quella maschile. Il tempo di permanenza e' l'altro fattore che incide decisamente nel processo di bancarizzazione. Piu' si resta in Italia piu' si entra in relazione con la banca. L'aumento si puo' collegare al miglioramento della posizione lavorativa e alla maggiore stabilita' contrattuale. L'indice di bancarizzazione e' superiore alla media in caso di lavoro dipendente a tempo indeterminato (70,5%), di lavoro autonomo regolare (69,6%) e di contratto a progetto (67,7%). Il lavoro e' un fattore importante nel percorso di inclusione finanziaria.

Rimesse: Nel 2006 le rimesse dall'Italia sono state pari a 4,35 miliardi di euro secondo i dati Uic. In media 1.900 euro a migrante. Nel periodo 2004 - 2006 il dato complessivo e' stato pari a 10,9 miliardi di euro. Nel 2006, la Romania e' il primo paese di destinazione delle rimesse dall'Italia con oltre 770 milioni di euro. Seguono la Cina con circa 700 milioni, le Filippine con 500 milioni, il Marocco con circa 290 milioni, il Senegal con 200 milioni. L'ammontare delle rimesse inviate in Albania e' pari a 138 milioni di euro, mentre sono stati inviati in Bangladesh ed Ecuador circa 100 milioni di euro.

Secondo l'indagine ABI - CeSPI il 77,6% invia denaro nel paese d'origine. Oltre all'area di provenienza ha il suo peso la zona di residenza. Guidano la classifica delle comunita' con maggiori volumi d'invio i marocchini e i cinesi di Milano, i filippini di Roma, i senegalesi e gli ecuadoriani di Milano (attorno al 90% di persone che inviano). Circa l'ammontare inviato, in piu' del 51,2% vengono indicate cifre comprese tra i 101 e i 300 euro. La gran parte dei migranti manda denaro almeno una volta ogni 2-3 mesi (il 63,9% del totale), mentre il 38,4 invia almeno una rimessa al mese.


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